simone cametti

 

 

ECC

Buona forutna

 

 

 

La mostra

 

Settembre 1946: è un’Italia povera, devastata dal secondo conflitto mondiale, finito solo un anno prima; ma è anche un’Italia che promuove alcune importanti politiche assistenziali. Il decreto legge che istituiva gli Enti Comunali di Consumo, nato dalla necessità di uscire dalle emergenze che la guerra aveva lasciato irrisolte, divenne ben presto l’emblema dello Stato assistenziale. Pane, pasta e burro erano i prodotti che le famiglie meno abbienti compravano all’ECC a prezzi calmierati. L’ECC sviluppava la sua politica inserendosi in quelle zone delle città che stavano nascendo grazie al Piano Casa del governo, dove però, in assenza di un piano regolatore, non esistevano servizi. I gabbiotti dell’Ente erano il negozio di riferimento nei nuovi quartieri; altrimenti i suoi dipendenti viaggiavano a bordo di attrezzati furgoni nei mercati rionali, in diverse zone della città. L’ECC resistette anche alla nuova era del benessere e del boom economico, per tutti gli anni Sessanta restò il luogo privilegiato delle famiglie italiane dove acquistare i prodotti alimentari. L’espandersi dell’iniziativa privata nel commercio piuttosto che limitarne l’espansione rafforzò il ruolo dell’ente come calmiere dei prezzi. Dalla metà degli anni Settanta, si registrò l’inizio del declino degli enti comunali di consumo che diminuirono col ridimensionarsi delle politiche assistenziali dello Stato, lentamente uscirono dalle abitudini e poi dalla memoria degli Italiani. Ma i gabbiotti in legno resistettero in alcune zone fino agli inizi degli anni Ottanta. Nel 1993 una legge permise che gli Enti venissero trasformati in società per azioni, con diritto di prelazione riconosciuto ai Comuni. Nel 2008 un decreto legge a firma Brunetta ne sancì l’abrogazione, ma in realtà non esistevano già più da moltissimi anni. Oggi sembra essersi dissolta la memoria di questa istituzione dell’immediato dopoguerra, divenuto luogo evocativo di una vecchia storia che non ha lasciato tracce. L’occasione che questo lavoro ha offerto è stata di favorire un percorso sulla memoria di un paese, su come, non troppi anni fa, si viveva e si percepiva l’idea della ricchezza e della povertà. Il progetto sin dall’inizio si è presentato con modalità inusuali rispetto ai consueti contesti in cui nascono le mostre. Il ritrovamento fortuito dei fogli con i quali si incartava il burro con il logo dell’ente (usato fino a tutti gli anni Sessanta e successivamente modificato arrotondandone i contorni, che nel logo originario erano più angolari) ha portato alla creazione di un’ipotesi di mostra legata al materiale e alla storia che esso rappresentava. Agli artisti sono stati consegnati i fogli nel numero da loro richiesto. Non era obbligatorio il loro uso nella realizzazione dell’opera finale, era però importante che i fogli fossero nelle loro mani nel pensare al lavoro che meglio rappresentasse la loro poetica. Che si sia trattato di un video, un disegno, un'elaborazione tridimensionale, ogni artista ha espresso la sua personale visione di questo racconto, e ha restituito una memoria o una ipotesi di futuro variegata. Da questa molteplicità di lenti, il passato diviene un caleidoscopio con il quale provare a immaginare un'altra idea del mondo. In tutti i lavori in mostra sono presenti le caratteristiche di coloro che hanno partecipato al progetto, e le diverse identità sono riconoscibili tra le righe dei lavori. Gli artisti selezionati appartengono nella maggioranza alla generazione che per ragioni anagrafiche non ha conosciuto l’ECC. E la sfida è stata proprio nell’accettare lo stimolo di un oggetto che ha rappresentato un percorso non secondario nella storia del nostro paese. Uno degli obiettivi del progetto è stato indagare le possibilità di relazione con la memoria recente, con le consuetudini e il vissuto che investono tanto le relazioni sociali quanto la soggettività di ciascuno. Gli esiti artistici sono stati diversificati, sia che si sia scelto di porre l’accento sull’aspetto politico/sociale che, piuttosto, valorizzare l’aspetto intimo e personale del ricordo. In alcuni casi la mancanza di memoria è stata l’occasione per elaborare opere che dietro un facile nonsense nascondono il disagio di non possedere ricordi, nemmeno indirettamente, come eredità di un racconto familiare. Guardare al mondo dei ricordi dalla giusta distanza. Evitare il fuoco congiunto delle rimozioni da un lato o dell’apologia dei bei tempi andati dall’altro. È necessario un equilibrio sottile e funambolico per avanzare verso una relazione risolta con il passato e con la memoria che lo accompagna. L’arte contemporanea può fare la sua parte.

 

 

 

Gli Artisti


Francesco Arena, Marco Bernardi, Simone Bertugno, Simone Cametti, Arianna Carossa, David Casini, Gea Casolaro, Luca Coser, Raffaella Crispino, Giovanni De Angelis, Iginio De Luca, Stanislao Di Giugno, Rä di Martino, Rocco Dubbini, Flavio Favelli, Marco Fedele di Catrano, Stefania Galegati Shines, Silvia Giambrone, Nicola Gobbetto, Diego Iaia, Domenico Mangano, Sandro Mele, Marina Paris, Eugenio Percossi, Luana Perilli, Alessandro Piangiamore, Domenico Piccolo, Giuseppe Pietroniro, Gioacchino Pontrelli, Mario Ricci, Moira Ricci, Valerio Ricci Montani, Pietro Ruffo, Vincenzo Rulli, Barbara Salvucci, Matteo Sanna, Alessandro Sarra, Alice Schivardi, Carola Spadoni, Donatella Spaziani, Ivana Spinelli, Roberto Timperi, Driant Zeneli. stampa

Denti, 2015, un autoritratto con in mano una luce a wood, evidenzia le parti chiare del viso ma
anche, impercettibilmente, i suoi difetti. La parte inferiore dei denti resta in ombra e denuncia
il loro essere posticci. Un sorriso forzato che è anche il desiderio di mostrare le cose per
quello che sono realmente, fuori da qualsiasi rielaborazione. Un ritratto semplice nel quale
tutta la poetica dell’artista sembra essere messa a nudo. I giochi e le manomissioni della
materia e del pensiero dominante valgono poco di fronte alla realtà. Una realtà che solo chi
conosce veramente sa declinare.